Il sistema previdenziale italiano, prima delle riforme iniziate negli anni ’90, era caratterizzato da pensioni molto generose, in grado di soddisfare adeguatamente le esigenze di vita delle persone una volta terminato il ciclo lavorativo. Si avevano infatti tassi di sostituzione (Tds) molto elevati, che nel lavoro dipendente arrivavano a garantire pensioni corrispondenti all’80% dell’ultimo stipendio percepito. La caratteristica principale del sistema previdenziale italiano è tutt’ora di avere un sistema di finanziamento a ripartizione, nel quale i contributi pagati da chi lavora oggi vengono interamente usati per pagare le pensioni a chi è già in pensione. Ciò può essere considerato come una sorta di patto intergenerazionale, all’interno del quale c’è un susseguirsi di doveri e diritti: chi lavora oggi paga le pensioni a chi è già in pensione, saldando così il suo debito intergenerazionale ed acquisendo allo stesso tempo un credito nei confronti della generazione futura, che a sua volta dovrà versare i contributi e pagare la pensione ai lavoratori di oggi che saranno diventati pensionati. Il metodo di calcolo della pensione utilizzato era quello retributivo, con il quale si legava la prestazione pensionistica agli ultimi stipendi ricevuti e non ai contributi effettivamente versati, creando così una forte discrepanza tra i contributi versati e la pensione percepita. Tale sistema fu introdotto in Italia con la legge n. 153 del 30 aprile 1969 della riforma Brodolini, durante la fase di espansione del welfare state, in cui le dinamiche economiche e demografiche italiane erano assai diverse rispetto ad oggi, caratterizzate da natalità molto alta, aspettativa di vita relativamente contenuta e crescita economica molto forte, che garantivano la sostenibilità del sistema. Questa sostenibilità è venuta meno col passare dei decenni: le nuove nascite sono gradualmente diminuite, la durata della vita è aumentata e la crescita economica ha iniziato a rallentare, rendendo così instabile e non più sostenibile il tradizionale sistema retributivo a ripartizione. Il crescente indebitamento dello Stato caratterizzato da un continuo aumento delle spese, inclusi i trasferimenti statali al fine di compensare l’insufficienza delle risorse per pagare le pensioni, unito alla forte pressione politica per rientrare entro i parametri del Trattato di Maastricht, ha spinto l’Italia ad adottare numerose riforme di contenimento della spesa pubblica, molte delle quali hanno riguardato il sistema previdenziale. A partire dal 1992 infatti si ebbe tutta una serie di riforme che portarono gradualmente ad un sistema più sostenibile in relazione al rischio demografico, alzando le età pensionabili e riducendo gl’importi pensionistici, equiparandoli via via sempre di più ai contributi versati. Si introdusse così, nel 1995, il metodo di calcolo contributivo, che lega la prestazione pensionistica esclusivamente ai soli contributi versati rivalutati annualmente. Tutte queste riforme volte alla sostenibilità dei bilanci e del sistema porteranno però ad una diminuzione notevole degl’importi pensionistici e dei tassi di sostituzione, creando così gravi problematiche sociali, per cui le pensioni cominceranno ad essere insufficienti alle esigenze della vita quotidiana.
Pierfrancesco Bresolini - 19/06/2016
Pierfrancesco Bresolini - 19/06/2016
Nessun commento:
Posta un commento